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Gay & Bisex

RIENTRO DALLE VACANZE 2025


di SERSEX
22.08.2025    |    1.410    |    1 9.4
"L’odore acre del sesso e del sudore saturava ancora l’aria quando il silenzio tornò, un silenzio sporco, carico, che segnava il confine invisibile da cui nessuno dei due avrebbe più potuto..."
Il rientro a Bologna aveva sempre per Giò un sapore dolceamaro. Dopo settimane trascorse al mare, con il sole che gli aveva arrossato la pelle e lasciato il corpo impregnato di sale, rientrare nella penombra del suo palazzo lo immergeva in un silenzio greve, in quell’odore umido e antico della pietra che sembrava ricordargli che l’estate era ormai alle spalle. Le scale risuonavano vuote sotto i suoi passi, il fresco dei muri faceva contrasto con la memoria recente della sabbia bollente, del rumore delle onde, dei corpi nudi e abbronzati che affollavano la spiaggia. Quel giorno, però, qualcosa lo scosse di colpo: un appartamento che da tempo sapeva vuoto aveva la porta spalancata, e dentro un ragazzo stava spingendo un mobile pesante, sudato, immerso nel disordine di scatoloni aperti e mobili smontati. Giò si fermò quasi senza accorgersene, osservandolo. Era un tipo diverso da quelli che aveva conosciuto fino ad allora: capelli scuri, corti e spettinati dal sudore, braccia tatuate che brillavano alla luce smorta del corridoio, petto pieno e vibrante sotto una maglietta bianca madida che aderiva al corpo come una seconda pelle. I jeans, stretti sui fianchi, lasciavano intravedere senza pudore il rigonfiamento possente che gonfiava la stoffa. Quando si voltò, il ragazzo — Enrico, così si presentò, con voce roca e un accenno di sorriso breve, quasi di sfida — gli lanciò uno sguardo diretto, carico di un’energia che lo investì come un pugno allo stomaco. Bastò quell’attimo sospeso, quel silenzio troppo lungo, per far nascere in Giò un’elettricità erotica difficile da contenere, un turbamento che gli fece accelerare il cuore. Fece finta di nulla e salì verso casa, ma l’odore acre e virile del sudore maschile, rimasto sospeso nell’aria, lo accompagnò dentro, marchiandogli la pelle più del sole d’agosto. I giorni seguenti furono una tortura sottile e continua: ogni volta che apriva la porta di casa lo trovava lì, sulle scale o davanti al portone, come se fosse impossibile sfuggirgli. A volte lo vedeva con una sigaretta tra le labbra, a torso nudo, i jeans calati abbastanza da lasciar intravedere la fascia degli slip; altre volte in tuta, con le scarpe da ginnastica consumate, un asciugamano buttato sulle spalle e l’odore pungente della palestra che invadeva l’androne. Giò cercava di mantenere un contegno, ma ogni incontro lo accendeva, e spesso si ritrovava a rientrare in casa col respiro corto, con l’erezione improvvisa da nascondere, con la mente che non smetteva di rimuginare su quelle immagini di carne, sudore e sfida silenziosa.

Una sera, mentre tornava, lo sentì ascoltare musica ad alto volume. Il rimbombo scendeva lungo le scale e gli entrava nel petto, irritandolo, ma dietro l’irritazione c’era già l’impazienza di rivederlo. Bussò deciso alla porta, pronto a lamentarsi, a chiedere di abbassare il volume. Enrico aprì: aveva un sorriso storto stampato sul volto, il torso nudo lucido di sudore, i jeans slacciati a metà e una bottiglia di birra in mano. L’odore della sua pelle calda e viva uscì come un’onda dalla porta aperta, e per un istante Giò rimase muto. «Vuoi entrare un attimo?» chiese Enrico con voce bassa, roca, che sembrava già un invito a lasciarsi andare. Giò esitò appena, poi varcò la soglia. L’appartamento era un caos di scatoloni, cartoni aperti, bottiglie e vestiti ammassati, eppure tutto parlava di lui, del suo corpo, della sua presenza animalesca: l’odore di alcol, di fumo e di pelle calda saturava l’aria. Si scambiarono poche parole, inutili, quasi per riempire il silenzio. Poi Enrico gli passò accanto e il contatto fu inevitabile: il rigonfiamento imponente sotto i jeans lo colpì di lato, sfiorandolo con prepotenza. Giò sbiancò, il respiro si spezzò, e capì all’istante che non c’era più ritorno. Enrico posò la birra sul tavolo, lo fissò negli occhi, e in quell’attimo sospeso il tempo si incrinò. Si avvicinò lentamente, finché Giò non poté sentire il calore del suo fiato sulle labbra. Poi, senza esitazioni, lo spinse con violenza contro il muro, strappandogli un gemito di sorpresa. Le labbra di Enrico si schiantarono sulle sue, dure, esigenti, con una violenza che sapeva di possesso. Le lingue si intrecciarono, i denti si scontrarono, i morsi alle labbra si alternavano a respiri affannosi. Le mani ruvide di Enrico gli strapparono la camicia quasi con rabbia, mentre Giò sentiva premergli addosso un sesso già gonfio e duro che lo faceva fremere. Istintivamente mosse i fianchi contro di lui, abbandonandosi, perso nel desiderio che lo stava travolgendo.

In pochi secondi i jeans scivolarono a terra. Enrico lo sollevò di peso, costringendolo a stringere le gambe attorno alla sua vita, e lo portò fino al divano, tra gli scatoloni ammucchiati, dove lo lasciò cadere di colpo. Con furia lo spogliò, gli azzannò il petto, gli succhiò i capezzoli con forza, mentre con una mano gli afferrava l’erezione e la stringeva fino a strappargli gemiti disperati. Giò, delirante, cercava a sua volta di spogliarlo, e quando gli strappò via i jeans si trovò davanti un cazzo enorme, spesso, gonfio di vene, che gli si posò caldo e pulsante sulla faccia. Non resistette: lo prese subito in bocca, affondando fino quasi a soffocare, mentre Enrico lo afferrava per i capelli e lo guidava senza pietà, gemendo, il busto che tremava a ogni colpo di gola. L’aria era ormai satura del loro respiro, del rumore umido dei colpi di bocca, dell’odore di pelle e desiderio. Quando Enrico decise che era il momento, lo girò di schiena e lo piegò a quattro zampe sul divano, penetrandolo con una spinta unica, profonda, che gli strappò un urlo di piacere e dolore insieme. Ogni colpo era violento, implacabile, le mani lo stringevano ai fianchi con una forza animalesca, lo riempivano senza tregua, in un ritmo sempre più sporco, devastante, che faceva tremare i cuscini e le gambe di Giò. Gemeva, graffiava il tessuto, chiedeva di più, fino a quando Enrico lo afferrò per i capelli e lo tirò indietro, scopandolo con una brutalità feroce che lo fece venire con uno spasmo selvaggio, il corpo che si contrasse tutto in un orgasmo disperato mentre continuava a essere sbattuto senza pietà. Solo all’ultimo colpo Enrico si lasciò andare, riempiendolo con un orgasmo lungo, rovente, che li lasciò entrambi esausti, madidi, distesi tra scatoloni e cuscini sfatti. L’odore acre del sesso e del sudore saturava ancora l’aria quando il silenzio tornò, un silenzio sporco, carico, che segnava il confine invisibile da cui nessuno dei due avrebbe più potuto tornare indietro.
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